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Novara lì, 1 Settembre 2018
 
Il tempo delle scelte, non cadere nel distruttismo
 
In una recente intervista rilasciata da Vittorio Andreoli ad Huffpost, lo psichiatra dei casi estremi, riflettendo sulla contemporaneità dell’uomo, ha affermato che “oggi la sensazione prevalente è quella di trovarsi in un ambiente in cui ci si sente esclusi, ci si sente insicuri, si ha paura. Si accumula così la frustrazione, che poi diventa rabbia. E la rabbia a cosa porta? Porta alla voglia di spaccare tutto. Il nostro tempo non è violento, è distruttivo”.
Quello che mi fa veramente paura è proprio questa “distruttività” che rischia di diventare una caratteristica fondamentale del nostro tempo, le pagine dei mass media di questi giorni sono piene di fatti di cronaca angosciosi, inquietanti: stupri, violenze. Probabilmente ci sono sempre stati, ma quello che mi chiedo è quale sia la nostra percezione di quello che sta succedendo intorno a noi: ci tocca, ci interroga o ci lascia del tutto indifferenti?
L’indifferenza non ha mai portato nulla di buono nella storia del nostro Paese e della società, non voglio fare il disfattista ma percepisco una deriva pericolosa, non possiamo permettere che emerga “la cultura del nemico”, una società della paura, della frustrazione. Questo uccide la speranza e la fiducia, e promuove lo stare da soli, Andreoli ci ricorda che “oggi viviamo il tempo della stupidità, perché governa l'irrazionalità! Domina l'assurdo. Non c'è il senso dell'etica. E come conseguenza della stupidità abbiamo la regressione all'homo pulsionale.”
Dobbiamo dire BASTA, oggi bisogna ripartire da una nuova stagione di riscossa sociale, facendoci guidare dalla forza dei valori che hanno contraddistinto il cattolicesimo democratico. La Chiesa non può sottrarsi a questo campito, dopo la conclusione e “chiusura” del Progetto Culturale della CEI, voluto dal card. Camillo Ruini, dopo le sparute esperienze delle scuole di formazione politica, si è registrato il vuoto o meglio un silenzio assordante con qualche voce fuori dal coro.
Non basta ogni tanto indignarsi, magari sotto voce, è venuto il momento che la Chiesa diventi protagonista, tra l’altro essa rappresenta ancora una delle poche “agenzie formative” della nostra società in grado di trasmettere valori, bisogna e ripartire a formare i laici partendo dalla Dottrina Sociale della Chiesa, che i pastori cavalchino senza paura una “onda” che spazzi via l’immobilismo che ci sta languendo.
Certamente non possono essere lasciati soli, noi laici dobbiamo fare la nostra parte, certo non è facile oggi, i movimenti ecclesiali stanno attraversando una stagione di profonda crisi sia in termine di adesione che dal punto di vista di contenuti, sono quasi completamente assenti nei dibattiti nazionali sui temi sensibili della società. Fino ad oggi è mancato anche il coraggio da più parti di fare una critica costruttiva anche feroce sul loro ruolo e presenza nel panorama italiano.
Non sono mai stato favorevole alla nascita di un partito unico dei cattolici, per quando comprendo che in mezzo all’attuale deserto possa rappresentare una tentazione. Vedo con favore invece ad un modello di movimentismo, che sappia aggregare varie figure e sensibilità facendo poi sintesi, ispirandosi al modello che portò alla nascita della “RETE” a Palermo nel 1991 che coinvolse imprenditori, società civile, intellettuali, in un periodo storico che ha ahimè non si discosta per diversi aspetti sociali e di inquietudine a quello che stiamo vivendo oggi.
Una delle poche forze riformiste del nostro Paese, il partito democratico sta vivendo una sorte di demolizione controllata, contraddistinto da una perenne lotta di posizionamento e tatticismo esasperato verso il prossimo congresso, con i cosidetti notabili arroccati a difendere gli ultimi pochi “forte apache” di potere rimasti, verso una deriva che abbiamo già visto e che ha portato il disfacimento del partito socialista in Francia.
Lo specchio di quello che sta succedendo è rappresentato dall’ultimo scontro fratricida in ordine temporale, che si sta consumando in Toscana all’interno della corrente renziana per l’elezione del segretario regionale pd. Il contendere è chi si siederà l’anno prossimo sulla poltrona di sindaco di Firenze, perdendo probabilmente una delle ultime occasioni di lanciare un nuovo civismo in una delle poche grandi città ancora governate dal centro sinistra.
Abbiamo bisogno di persone di “buona volontà” per fare questo, esse ci sono, magari si sono nascoste perché si sentono deluse, ora è però venuto il momento di riemergere dal letargo con uno stile nuovo contraddistinto dalla libertà e della gioia di dire le cose, evitando un rischio che in passato abbiamo assistito varie volte e che fu denunciato dal Presidente Scalfaro: “non scrivere mai sotto dettatura e sotto dittatura”.

Federico Nicola



Novara lì, 22 Agosto 2018
 
A proposito del ponte Morandi: una tragedia immane trasformata in campagna elettorale
 
“Al crollo di Genova è seguita l’inondazione di fango, di miseria, di chi parlava, da subito, per accusare a vanvera, per darsi un tono di piccolo dispotismo di stato. […] Ci sono momenti in cui nella vita privata si insinua la disperazione, accade anche nella vita pubblica. Ogni tanto penso con infinita tristezza a questi reggitori. […] Penso che nelle loro esistenze il valore del fermo immagine, dell’attesa, della scelta dei tempi giusti per parlare, non sia un’assenza strutturale. Bibitari, avvocati, politici truci dispongono di un’umanità, come tutti: che cosa li ha disumanizzati nel loro vaniloquio, quale timore li ha indotti […] a buttarsi nell’imitazione della furia più fredda, così presto, in modo così arruffato, se non l’esercizio della paura come tecnica e l’angoscia del non farcela per ragioni evidenti prima di tutto a loro stessi? […] Che il lutto potesse essere calpestato e irriso da una campagna politica a effetto immediato e svilito da una grande rissa e in una rincorsa a primeggiare, ecco la novità dell’Italia infelice che ci ha consegnato una stagione di astratti furori e bollori senza senso”.
 
          Giuliano Ferrara
          Da “Scatenano ire e calunnie e uccidono anche il lutto”
          In Il Foglio anno XXIII n. 195 del 20.08.2018
 
“Fa tutto un po’ spavento. Questa muta di cani sguinzagliati a cercare i colpevoli prima delle cause. […] Non ci sono stati controlli, si è detto. E poi invece i controlli c’erano, e resta semmai da capire quanto adeguati. Si sono ignorati gli allarmi, si è aggiunto, e poi invece gli allarmi erano stati accolti senza ansia, poiché nessun allarme prediceva il disastro. E certo che ci sarà stato un errore umano, il ponte è stato costruito da uomini ed era ispezionato da uomini, ma persino un atto di superbia come la ricerca della verità richiederebbe qualcosa di meno forsennato della muta di cani che latra per il bosco, e porta a casa una verità ogni 6 ore, acchiappata per la collottola come una volpe. E dovrebbe contemplare che la verità non venga raggiunta mai, e non per trame delle forze oscure, ma semplicemente perché la verità qualche volta è fuori dalla nostra portata”.
 
          Mattia Feltri
          Da “Era meglio Dio”
          In La Stampa del 22.08.2018
 
Noi di Civitas vogliamo unirci al dolore dei genovesi e di tutte le vittime di questa incommensurabile tragedia.
“La ferita è profonda, è fatta innanzitutto dello sconfinato dolore per coloro che hanno perso la vita e per i dispersi, per i loro familiari, i feriti e i molti sfollati”. E’ quanto ha detto l’Arcivescovo di Genova, il cardinale Angelo Bagnasco, nell’omelia pronunciata durante le esequie solenni per le vittime del crollo del Ponte Morandi.
Il dramma che ha colpito Genova è un dramma italiano fatto di speculazione, corruzione, scelte politiche sbagliate, valutazioni superficiali. Non è possibile rimanere indifferenti di fronte a tutto questo, ma neppure sbraitare; il silenzio e la comprensione su quanto accaduto dovrebbero aiutarci alla comprensione dei valori che ci accomunano.
C’è qualcuno che vorrebbe trasformare il Paese in talk-show che accusa e che condanna. Noi non possiamo accettare tutto questo. Perché i processi li fa la magistratura e non il popolo. Perché la Storia insegna: la folla salva sempre Barabba.
In questi giorni si sente in televisione e si legge sui giornali del fallimento della democrazia rappresentativa e dell’inutilità del Parlamento. Sono frasi pericolose che offendono la memoria dei nostri padri costituenti. Offendono la memoria di chi ha combattuto contro la dittatura. Di chi ha perso la vita per la nostra libertà.
Ritrovare i giusti valori di Comunità è la strada maestra per evitare di commettere catastrofici errori.
 


Novara lì, 24 Luglio 2018
 
Anomalie del governo gialloverde
 
ANOMALIE DEL GOVERNO GIALLOVERDE 1
Decreto dignità. Bozza sballottata qua e là alla ricerca di una quadra. Problemi di copertura e altro, secondo prassi vecchie come il cucco, alla faccia del cambiamento. Modus operandi censurabile: un decreto – che secondo l’articolo 77 della Costituzione il Governo è legittimato ad adottare solo in casi di necessità e d’urgenza – fatto in fretta. Tanto da disattendere anche la normativa della legge sull’ordinamento della Presidenza del Consiglio per la quale “i decreti devono contenere misure di immediata applicazione e il loro contenuto deve essere specifico, omogeneo e corrispondente al titolo”. Nella fattispecie, nessuna possibilità di applicazione immediata e miscuglio di materie eterogenee.
 
ANOMALIE DEL GOVERNO GIALLOVERDE 2
Burocrazia. Semplificazione. Lotta alla burocrazia. Cavalli di battaglia in campagna elettorale. Intanto è il Governo più elefantiaco degli ultimi 10 anni: Presidente del Consiglio, due vice Premier, 10 Ministri con dicastero, 6 Ministri senza portafoglio, 46 vice Ministri e sottosegretari. Totale: 64 componenti da pagare di tasca nostra. E a quanto pare non è finita. Altre nomine in vista.
 
ANOMALIE DEL GOVERNO GIALLOVERDE 3
Vitalizi. Ministri che continuano a interferire su questioni di stretta competenza parlamentare. Questioni che solo la legge può risolvere o cambiare e nei limiti stabiliti dalla Costituzione. A nessuno piacciono i vitalizi, ma non è una delibera degli Uffici di Presidenza che ha il potere di limitare un diritto acquisito. Chi cavalca la tigre della più insulsa demagogia inganna i cittadini e sberleffa lo Stato di Diritto. Non è una bella prospettiva. O forse è un metodo di propaganda seguita da insabbiamento per colpe altrui.
 
ANOMALIE DEL GOVERNO GIALLOVERDE 4
Rdc. Reddito di cittadinanza. Con una rete pubblica del collocamento meno che mediocre. Con Centri per l’impiego nel caos. Con la mancanza di risorse umane adeguatamente formate. Senza un piano di efficienza, efficacia, investimenti. In queste condizioni il Rdc è una misura passiva che porta in sé il rischio di comportamenti opportunistici. Il carro davanti ai buoi.
 
ANOMALIE DEL GOVERNO GIALLOVERDE 5
Crescita. Non è noto, se c’è, un programma dell’esecutivo di sviluppo industriale. Siamo sempre al populismo delle frasi fatte, delle promesse elettorali, del cavare il ragno dal buco. Si fa finta che il cambiamento possa essere attuato insultando chi sbatte sulla faccia del duo Salvini-Di Maio il debito pubblico e il rischio di un suo aggravamento. Il potere populista è barattato con la perdita di posti di lavoro, con la diminuzione delle entrate contributive e fiscali, con maggiori oneri per il Naspi.
 
ANOMALIE DEL GOVERNO GIALLOVERDE 6
Democrazia. Quella condizione che va bene se sei d’accordo con quello che vuole mettere le mani sulla Cassa Depositi e Prestiti (il Di Maio) o con quello che ti dice come ha da essere la Legge di Bilancio (il Salvini). E già che ci siamo togliamo al Mef un pezzo di competenza in materia di credito cooperativo, urliamo al complotto se Inps, Istat, mercati, Confcommercio, Abi, Bankitalia, Ragioneria di Stato, Corte dei Conti spiattellano cifre che non ci piacciono, ma che saranno conseguenti a provvedimenti “geniali” pagati con l’aumento del debito pubblico e quindi con un colpo mortale a lavoro, servizi, crescita.
 
ANOMALIE DEL GOVERNO GIALLOVERDE 7
Elastico. Dico, non dico, ribadisco, smentisco., dico il contrario. La tecnica è sempre la stessa. Perché l’occhio vigile è rivolto sempre alle prossime elezioni: comunali, regionali, europee. Chissà, forse anche politiche anticipate. Quindi le promesse sono d’obbligo e la flessibilità è un sistema della propaganda populista che va dove sente che ci sono consensi da raccattare, tra paure e disagi, scontento e difficoltà. Che più ce ne sono, meglio sarà. Quindi si fa crescere l’odio, si alimentano le paure, si sottolineano le difficoltà, si mostrano i muscoli, si inventano diritti, si garantiscono riforme e cambiamenti. Forse si ride anche sotto i baffi, pensando a quei boccaloni di elettori che non sanno niente e possono credere alla Fata Turchina.
 
Ovviamente non è tutto qui. Nella situazione generale del governo gialloverde, questi sono peccati veniali, roba da ragazzotti che fanno i vice Premier. Purtroppo c’è di peggio e di più pericoloso. Allora è meglio lasciare la parola a I SETTE PECCATI CAPITALI DELL’ECONOMIA ITALIANA, del prof. Carlo Cottarelli (Feltrinelli, 2018).
 



Novara lì, 9 Luglio 2018
 
Ricostruire l'Africa. Quelli che ...aiutiamoli a casa loro
 
Ma intanto che a qualcuno venga in mente e metta in opera seriamente un Piano Marshall per il Continente Nero, noi come trattiamo gli immigrati?
 
Contro ogni regola, ogni legge, ogni diritto dell’umana società: 2 euro all’ora per raccogliere frutta e verdura, accampamenti come discariche, umiliati, rifiutati, cacciati. E di Piano Marshall neanche l’ombra. Ma la solita dichiarazione: aiutiamoli a casa loro. Sottinteso: così non vengono a disturbarci.
Che ne direste se qualcuno volesse “aiutarvi a casa vostra” sapendo che non è possibile perché qui non ci sono più risorse, che qui non è più possibile allevare bestiame e coltivare piante? Come credere a quell’”aiutiamoli a casa loro” se chi lo dice sono gli stessi che da secoli sfruttano e depredano? Come si fa a non capire che le popolazioni africane starebbero volentieri a casa loro se appena fosse vivibile?
Nessuno pretende di dire che tutti gli immigrati sono santi e martiri. Ma neanche noi siamo tutti santi e martiri. Sta di fatto che i nostri ragazzi possono giocare alla Playstation e noi tutti utilizziamo la tecnologia mobile. Ebbene, questo lo si deve a un minerale, il coltan, le cui riserve sono quasi tutte in Africa, insieme ad altri metalli e pietre preziose. Senza che dalla loro estrazione agli Africani ne derivi alcun profitto, mentre ne godono altri Paesi, compresi quelli dei respingimenti e delle frontiere chiuse. Desertificazione, ricchezze geologiche sottratte e adesso anche il land-grabbing, cioè l’accaparramento di suolo: 15 milioni di ettari di terra buona non sono più nella disponibilità degli autoctoni.
Aiutiamoli a casa loro?
Cominciamo ad aiutarli qui, quelli che ci sono.
Combattendo la vergogna dello schiavismo, prima di tutto.
Togliendo manodopera alla mafia e alla camorra.
Smettendo di ignorare le verità di gran parte dell’Africa.
Lasciando all’Africa le sue ricchezze o almeno facendola partecipe.
Altrimenti nessuno potrà impedire che succeda come 45.000 anni fa: i “sapiens” continueranno a migrare e saranno 240 milioni quelli che si sposteranno dal Sud al Nord del mondo.
 

Folla a Marrakech (Foto: M.Mormile).


Novara lì, 7 Giugno 2018
 
88 giorni di insulti durante i quali agli Italiani è stato offerto tutto il repertorio della fiera della vanità e delle bugie
 
In tutto questo periodo e nel corso della precedente campagna elettorale, della lunghezza di un semestre, noi di Civitas siamo stati zitti, come si conviene a chi non è né di destra, né di sinistra, ma sempre e soltanto dalla parte dei valori e del rispetto di ciascuno.
Adesso però stare zitti significherebbe avallare una serie di menzogne su cui, con toni sempre inaccettabili e con parole sguaiate, i due leader, Di Maio e Salvini, hanno basato le loro fortune.
Spetta alla politica informare: questa politica non è in grado di farlo o non ha voluto farlo.
Spetta alla politica dire la verità: questa politica non l’ha fatto.
Spetta alla politica essere esempio di forma e sostanza: questa politica non lo è.
Spetta alla politica fare promesse realizzabili: questa politica vince promettendo l’Eldorado.
Tutta la demenziale campagna elettorale si è basata sul “basta euro”, “basta immigrati”, “no Europa”.
Europa, colpevole di tutti i mali.
Ma non è così. Chi ha voglia di informarsi e di andare oltre le roboanti e insulse parole della propaganda di parte, saprebbe che l’Europa comunitaria, quella del commercio e della cultura, quella senza frontiere interne, quella della libera circolazione delle merci e delle persone, quella dell’Unione bancaria europea, quella del Fondo Salva Stati, quella che ha salvato i risparmi degli Italiani salvando le banche. Quella funziona. Non funziona l’Europa degli Stati, perché gli Stati membri non hanno voluto rinunciare e delegare qualche parte della loro sovranità. Guarda caso quella che è in mano al potere dei partiti e agli interessi locali, spesso meschini. Quell’Europa non può decidere e imporre la sorte degli immigrati; può proporre, ma poi ciascuno fa quel che gli pare senza che l’Europa possa mettere becco né tanto meno erogare sanzioni.
Certe cose non sono misteriose o riservate. Basta navigare nel sito dell’Unione europea, che è facilissimo e organizzato a prova di analfabeta.
Sono gli Stati membri, quindi Italia compresa, che hanno firmato, senza dar retta a fior di studiosi di geopolitica, o semplicemente a Oriana Fallaci, il patto di Dublino che blocca gli immigrati nel Paese di approdo. Aveva idea l’Italia di essere una penisola del Mediterraneo?
D’altra parte, invece di continuare a demonizzare gli immigrati (la cui incidenza sulla popolazione italiana è irrisoria, ma diventa “invasione” grazie a una propaganda che ne modifica la percezione), qualcuno dovrebbe spiegarci chi andrebbe a raccogliere le mele a Saluzzo o i pomodori nel Meridione a 2 euro all’ora, in condizioni di vita da quinto mondo. Adesso se ne sta occupando la Caritas. Certo non il M5S e la Lega a cui fa oltremodo comodo questo argomento elettorale: il criterio del nemico!
E sono gli Stati membri, quindi Italia compresa, che hanno firmato Schengen, dove si dice che le frontiere esterne sono di competenza dei singoli Stati. Era consapevole l’Italia di avere più confini esterni che interni?
E non è colpa della Germania se noi abbiamo un debito pubblico che è del 132,8% del Pil (gennaio 2018). Che ci azzecca la Germania? Anzi, magari sarebbero contenti, i Tedeschi, se il nostro debito diminuisse e il nostro Pil aumentasse, così potremmo contribuire con maggiore quota al Fondo Salva Stati, che sarebbe ben più misero senza l’apporto tedesco.
Inutile andare avanti. Chi ci legge è invitato a consultare i siti dell’Unione europea e quello dell’Osservatorio dei conti pubblici. Cioè a consultare i numeri, oltre gli sproloqui.
Ma è proprio vero che il Di Maio e il Salvini ce l’hanno con l’Europa? Per il primo c’è un po’ di confusione: lui canta l’inno nazionale, Grillo ricomincia con il referendum contro questo e quello. Per il secondo la posizione è invece ben più chiara: a Salvini questa Europa sostanzialmente liberale non va bene. Ma non la vuole smontare, la vuole conquistare con l’aiuto di Putin a cui l’attuale Unione (che gli sottrae gli storici satelliti) non va per niente bene.
Tanti giovani europeisti negli anni sessanta sostenevano che un’Europa senza la Russia contraddiceva la stessa configurazione geografica del continente europeo. E tanti europeisti di oggi vorrebbero che l’Unione avesse i confini del continente. Lo vorrebbero pensando che l’Unione potrebbe essere capace di “imporre” i propri criteri di democrazia liberale. Si può credere che Putin sarebbe della partita? Oggi la risposta più probabile è no, tanto che lo “zar” agisce contro l’Unione usando i partiti populisti. Se avesse altre idee in testa, agirebbe diversamente, alla luce del sole e trattando con l’Unione.
Salvini, si vede, è di nuovo in campagna elettorale: obiettivo Europa, la sua Europa, crede lui. Quando e se arrivasse quel momento, lui e gli altri populisti sarebbero presto e bene messi a cuccia.
 

Bandiera Europea.


Novara lì, 16 Febbraio 2018
 
Nonostante tutto andare a votare è importante
4 marzo 2018
E' importante più che mai mandare in Parlamento persone integre, che abbiano dato prove nella vita di essere capaci di fare, che non siano attaccati alle poltrone, che non facciano promesse vane manipolando attese, bisogni, paure

 
Non è moderno il male di una vita pubblica moralmente inquinata: sotto tutti i cieli, in tutte le epoche, con qualsiasi forma di governo, la vita pubblica risente i tristi effetti dell’egoismo umano. Quanto più è accentrato il potere e quanto più larghi sono gli afflussi di denaro nell’amministrazione pubblica (Stato, enti statali e parastatali, enti locali), tanto più gravi sono le tentazioni.
La funzione di controllo alle pubbliche amministrazioni, sia legale e tecnico, sia parlamentare, è un necessario limite agli abusi del potere, ma non è mai tale da impedirli. Se non c’è un’efficace vigilanza dell’opinione pubblica e una pressione popolare per la moralità amministrativa e politica, le corruzioni saranno tali da superare quelle famose di Chicago o di Tammany Hall a New York.
Ma c’è un altro pericolo, ancora peggiore: quello dell’insensibilità del popolo stesso di fronte al dilagare dell’immoralità nell’amministrazione dello Stato, sia perché attraverso partiti, cooperative, sindacati, enti assistenziali e simili, coloro che hanno in mano i mezzi dell’opinione pubblica partecipano alla corruzione dei politici o si preparano a parteciparvi con l’alternarsi dei partiti; ovvero perché tutto il potere e tutti i mezzi di opinione pubblica sono in mano ai governi.
L’immoralità pubblica non è caratterizzata solo dallo sperpero del denaro, dalle malversazioni e dai peculati. Applicare sistemi fiscali ingiusti o vessatori è immoralità; aumentare posti di lavoro senza necessità è immoralità; dare impieghi di Stato o di altri enti pubblici a persone incompetenti è immoralità; abusare della propria influenza o del proprio posto di consigliere, deputato, ministro, sindacalista è immoralità.
Oggi tutti lamentano l’immoralità privata: ragazzi di strada corrotti, ragazze prostitute, famiglie in disordine, profittatori della miseria per arricchirsi, disparità tra ricchi gaudenti e resti umani miserabili, senza vesti, senza tetto, senza cibo.
Ma non si corregge tale immoralità solo con le prediche o con articoli sui giornali. Bisogna che la prima a essere corretta sia la vita pubblica: ministri, deputati, sindaci, consiglieri comunali, cooperatori, sindacalisti siano esempio di amministrazione rigida e di osservanza fedele ai principi della moralità.
 
Se non ci fossero una firma e una data, queste parole potrebbero essere attribuite a un nostro contemporaneo, qualcuno di altissimo livello e di grande coraggio.
Siamo invece nel novembre 1946, il 3 novembre, e chi scrive è don Luigi Sturzo. Ci piacerebbe che i mass media dedicassero tempo ai curricula dei candidati di questa ennesima tornata elettorale. Ci sarebbe piaciuto che quelli che stazionano in Parlamento da anni senza nulla combinare avessero avuto il pudore e l’onestà di fare un passo indietro. Non hanno avuto né l’uno né l’altro. Ricordiamocene andando a votare.
 

(Foto: M.Mormile).


Novara lì, 26 Gennaio 2018
 
In nome di un Dio?
 
Era questo il titolo della conferenza proposta il 25 gennaio da Civitas, Essere Cattolici Oggi, Nova Jerusalem, Agorà, Unione Ufficiali in Congedo d’Italia e in collaborazione con l’Istituto Comprensivo Statale Achille Boroli nella cui aula magna si è svolto l’evento. Pubblico delle grandi occasioni, come previsto, richiamato da due relatori d’eccezione: i professori Federico Leonardi e padre Claudio Monge. Il primo ha trattato il tema “Che succede in Medio Oriente? Dalla Prima Guerra Mondiale a oggi: le verità scomode della geopolitica”. La relazione di padre Monge ha invece riguardato “L’effettivo ruolo delle religioni e in particolare delle chiese cristiane tra potenzialità inespresse ed errori storici”.
In aula anche il signor prefetto Francesco Paolo Castaldo, rappresentanti dell’Amministrazione comunale e presidenti di prestigiose associazioni. A tutti i partecipanti il nostro sentito grazie.
 
Le foto dell’evento, di Riccardo Dellupi, sono disponibili su Google Drive.
 
Il video è su YouTube.
 

Don Luigi Sturzo.


Novara lì, 22 Gennaio 2018
 
Avviso
 
Care amiche e cari amici,
vi informiamo che per ragioni tecniche sono stati modificati il sito di e l’indirizzo e-mail di Civitas nel modo seguente:
www.civitas-eco.it
info@civitas-eco.it
 
Grazie per la vostra attenzione e la vostra amicizia.


Novara lì, 1° Gennaio 2018
 
Impresa o return on investment?
Don Luigi Sturzo, i giovani e la libera economia di mercato
Comunismo e capitalismo si sono rivelati grandi ingannatori, un grande imbroglio morale e intellettuale, nemici di una concezione economica libera, entrambi basati su poteri superconcentrati e manipolatori

 
Il comunismo avrebbe dovuto trasformare gli uomini da individui oppressi in persone protette dallo Stato, ma togliendo loro spirito d’iniziativa, responsabilità, creatività e dunque libertà. Per questo è fallito. Il capitalismo non fallirà, perché ha in sé la forza naturale della libertà economica. Ma cade nelle peggiori crisi quando questa libertà viene piegata a comportamenti immorali.
Ecco perché il pensiero di don Luigi Sturzo rappresenta ancora, o forse soprattutto, oggi una vetta del pensiero economico cattolico e liberale. Ci aiuta infatti a distinguere tra un sistema economico di libero mercato basato sull’impresa e un sistema dove al centro c’è la logica finanziaria che tutto distrugge e tutto soffoca. Sturzo è come sempre dalla parte dell’economia d’impresa, libera, contro il super capitalismo di cui vide profeticamente gli esiti nefasti che hanno contribuito alla terribile crisi di questi anni. Il travaglio che stiamo vivendo è il tormentato processo per tornare dal super capitalismo all’economia libera e umana, imprenditoriale e responsabile.
Ai giovani, Sturzo dice poche cose semplici, ma fondamentali. Dice:
• Prendete in mano il vostro destino. Non aspettatevi niente dallo Stato o da altre entità lontane o astratte, o da caricature grottesche dello Stato, come le Regioni;
• Forgiate il vostro futuro seguendo esempi e insegnamenti;
• Non scoraggiatevi. Diventate duri, testardi, indignati. Abbiate fiducia in voi stessi;
• Dovete essere molto preparati. Il nostro mondo così complesso richiede sempre più conoscenza, competenza, volontà consapevole, preparazione;
• Affrontate la fatica, non barattate mai la vostra dignità;
• Imparate più che potete e studiate più che potete.
 

Don Luigi Sturzo.


Novara lì, 1° Gennaio 2018
 
Dico la mia. Scrivono gli amici di Civitas
quello che non va nel multiculturalismo: mettiamoci insieme rinunciando ciascuno a qualcosa. E' questa la ricetta di qualcuno che si è fatto l’idea che il compromesso risolve
 
Pastrocchio inimmaginabile in cui tutti sarebbero scontenti. Sempre che da una parte e dell’altra ci fosse qualcosa a cui non poter rinunciare, un principio, una fede, una tradizione. Perché di questo si parlerebbe, non certo di un velo o di una veletta. Dunque siamo nel campo delle sette pertiche e delle illusioni. La verità, mi sembra, è che ci si può mettere d’accordo, tra diverse religioni, usi e costumi soltanto se e quando si sono imparati la conoscenza e il rispetto reciproco in modo che tutti siano liberi di praticare il proprio culto ovunque, tutti a porte aperte, tutti secondo regole e leggi di libertà e di democrazia. A fare una qualche concessione di qui e una qualche concessione di là ci abbiamo già provato. O meglio: hanno cominciato a provarci quei maestri, maestre, direttori scolastici che, un po’ in buona fede, un po’ in mala fede, un po’ per pigrizia, davanti al primo ragazzino islamico hanno deciso che il presepe poteva offenderlo. Quindi non facciamolo che non va bene. Chissà se quei maestri sapevano che Gesù è anche per l’Islam una figura storica, che il Corano lo cita decine di volte con una deferenza che tanti cristiani (si fa per dire) se la sognano. Magari lo sapevano, ma Gesù stava un po’ sui calli a loro. In compenso ci sono adesso dei politici – che non entrano in chiesa neanche per i funerali – che reclamano presepi da tutte le parti. Che sia propaganda contro i migranti?.
 
A.T.
 

Presepe in collina (Foto M.Mormile).


Novara lì, 1° Gennaio 2018
 
Il parere di Eurostat
Tassi di disoccupazione giovanile misinterpreted

 
Il paradosso a cui si arriva è che il tasso di disoccupazione giovanile tra i 15 e i 24 anni può essere molto elevato anche con pochi disoccupati e forze di lavoro ridotte. Questo è dovuto al metodo impiegato per costruire il dato. La preoccupazione di vederci chiaro deriva dalla necessità di comprendere il fenomeno più a fondo e in modo corretto: per trovare rimedi veri ai problemi occorre conoscere la situazione effettiva. Allo scopo di evitare che visioni distorte producano rimedi inadeguati. Quello che vien detto è che la disoccupazione giovanile è del 35%. Invece è il 10%.
Prendiamo per esempio i nostri ragazzi che svolgono qualche lavoretto stagionale. Sono studenti, ma ricevendo un sussidio di disoccupazione, contribuiscono a gonfiare il fenomeno. Eurostat ha fatto una prima indagine per il 2012: su una popolazione di 57,5 milioni tra i 15 e i 24 anni, risultano in media 5,6 milioni di disoccupati di età compresa tra i 15 e i 24 anni e 24,4 milioni di attivi (occupati+disoccupati). Se dividiamo 5,6 per 24,4 otteniamo un tasso di disoccupazione giovanile del 23,0%. Ma la differenza tra la popolazione e gli attivi è di 33,1 milioni di ragazzi studenti o neet. Se dunque al denominatore mettiamo i 57,5 milioni della popolazione otteniamo un’incidenza della disoccupazione pari al 9,7%. Dunque Eurostat e Istat hanno elaborato un indicatore più corretto per la fascia di età 15-24: L’incidenza della disoccupazione sulla popolazione. Questo indicatore ci dice più correttamente che nel 2016 al tasso di disoccupazione giovanile 15-24 del 37,8% corrisponde un’incidenza dei disoccupati sulla popolazione di età 15-24 anni del 10,1%.
 

Concerto rock. (Foto M.Mormile)

 
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