Accademia: società e cultura

L'eredità di Padre Carlo Maria Martini
 
Sette anni dalla sua morte
 
Il 31 agosto è ricorso il settimo anniversario della morte del cardinale Carlo Maria Martini, a noi cosiddetto popolo cristiano manca la sua saggezza e i suoi insegnamenti, oggi in una chiesa universale, attraversata da conflitti interni ormai sempre meno celati verso l’attuale successore alla cattedra di Pietro da autoproclamati “pastori tradizionalisti”, abbiamo sempre di più il bisogno di vivere nel quotidiano i suoi insegnamenti: il saper ascoltare senza giudicare il prossimo e il ricercare sempre la verità. In poche parole ci lascia questa eredità: accoglienza e ascolto, il comprendere nel nostro piccolo le inquietudini dell'uomo moderno, senza mai voler ergersi a giudice.
Martini ha lasciato una impronta fortissima, indelebile nella società meneghina, nei 22 anni di episcopato, la città ha vissuto tanti travagli: il terrorismo, la crisi di Tangentopoli, il leghismo degli anni di Formentini, l’incontro con l’Islam, l’apertura del nuovo millennio, carico di attese ma anche di ombre dopo gli attentati del 11 settembre.
Il presule ha messo al centro del suo episcopato le sacre scritture, la parola, in modo di porsi davanti alle Scritture attraverso la “lectio divina”, che è stato poi al centro delle Giornate Mondiali della Gioventù. Martini non si limitava a proporre considerazioni dettate dal buon senso o da teorie politiche, ma ipotizzava qualcosa di nuovo, capace di interpellare le coscienze, incardinava una duplice attitudine: saper dare voce al grido degli uomini e delle donne del sul tempo coniugato al saper suggerire una strada cristiana per uscire dalla crisi.
Nell’agosto del 2012, pochi giorni prima della morte, la malattia lo aveva ormai debilitato, consumato, aveva rifiutato l'accanimento terapeutico, decide di rilasciare l’ultima sua intervista ad un suo confratello gesuita padre Sporschill, testo che verrà pubblicato sul Corriere della Sera pochi giorni dopo, una sorta di testamento spirituale che suscitò un ampio dibattito, consensi e qualche dura polemica.
Nell’intervista l’arcivescovo con la sua solita chiarezza disarmante spiegava che: "La Chiesa è stanca, nell'Europa del benessere e in America. La nostra cultura è invecchiata, le nostre Chiese sono grandi, le nostre case religiose sono vuote e l'apparato burocratico della Chiesa lievita, i nostri riti e i nostri abiti sono pomposi. Queste cose però esprimono quello che noi siamo oggi? (...) Il benessere pesa".
Per vincere questa stanchezza Martini ci ha indicato tre "vie”: la "parola di Dio", la "conversione" e i "sacramenti", ricordandoci che "la Chiesa deve avere la forza di riconoscere i propri errori e percorrere un cammino di radicale cambiamento, cominciando dal Papa e dai vescovi".
Se fosse vivo oggi non gli dispiacerebbe la nuova Chiesa di papa Francesco, il corso di questo papato va nella direzione da lui sognata, anche l’attenzione alle periferie del mondo li accomuna.
La “svolta” del Santo Padre, riallacciandosi a quella di papa Giovanni, ha ridato vigore e slancio al cammino di rinnovamento, lasciandosi alle spalle la stagione del “Concilio incompiuto”.
"Bergoglio – come scritto recentemente da Padre Sorge - con la sua sorprendente semplicità evangelica, non solo ha cambiato il clima dentro e fuori la Chiesa, ma mostra visibilmente il volto rinnovato della Chiesa così come il Concilio lo aveva delineato: il volto cioè di una Chiesa libera, povera e serva. Il “sogno”, appunto, del cardinal Martini!".
 
Federico Nicola
 

 
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