Accademia: salute e ambiente

Quei virus che vengono dall'oriente
Dovevamo pensarci qualche decina di anni fa. Almeno avremmo dovuto pensarci dal 2004, all’epoca della Sars. Perché l’attuale pandemia da Covit-19 con quasi assoluta certezza è emersa seguendo le stesse dinamiche della Sars. Per entrambe si tratta di zoonosi, cioè malattie virali che non hanno origine spontanea nell’uomo, ma vengono trasmesse dagli animali, soprattutto mammiferi.
Allora come oggi, i mercati di animali selvatici (catturati e stipati in maniera orribile) vivi o morti, venduti per scopi alimentari e di altro genere, sono il luogo del contagio. In Cina come in altri Paesi. Ma i mercati cinesi sono particolarmente adatti a scatenare le epidemie perché la popolazione cinese è la più numerosa al mondo e la più mobile, con treni ad alta velocità, aerei e automobili.
Le origini animali delle malattie umani emergenti e le ideali opportunità di trasmissione dovute ai mercati cinesi sono note da molti anni. Mercati che sarebbe stato necessario chiudere con la Sars in modo permanente. Purtroppo non è stato così.
A novembre 2019, con le prime (?) manifestazioni del Covit-19 a Wuhan, è sorto subito il sospetto che l’infezione avesse origine dal mercato locale. Il Governo cinese ne ha dapprima minimizzato la portata, poi ha messo in atto una serie di strategie senza precedenti a livello mondiale per limitare la trasmissione del virus, provvedendo, tra l’altro, a chiudere i mercati di animali selvatici e bloccando definitivamente il commercio di animali selvatici per uso alimentare.
Però il Governo cinese non è intervenuto sull’altra grande via di contatto tra animali selvatici e l’uomo: quello del commercio di animali vivi utilizzati nella medicina cinese. Un commercio enorme con moltissime specie animali e moltissimi utenti. Si tratta di tonnellate di piccoli mammiferi i cui microbi sono pronti a infettare l’uomo. Come può un Governo che ha il potere di mettere in quarantena milioni di persone in pochi giorni non prendere la decisione di mettere fine completamente al commercio di animali selvatici? Occorre agire in fretta e con fermezza. I governi mondiali dovrebbero pretenderlo. Altrimenti il Covit-19 non sarà l’ultimo virus. E neppure il peggiore.
 

Se la Cina avesse detto la verità subito
Branko Milanovic, economista: “Può il Governo cinese essere ritenuto di negligenza criminale a proposito del Covid-19?”.
Università di Southampton. Quale grandezza e intensità avrebbe oggi la pandemia se Pechino avesse agito con trasparenza fin da subito?: “Se la risposta fosse arrivata una settimana, due settimane prima o tre settimane prima, i casi avrebbero potuto essere ridotti del 66%, dell’86% e del 95%”.
Steve Tsang, direttore del Soas China Institute dell’Università di Londra: “E’ la censura del Partito Comunista per i primi mesi ad aver creato le condizioni per una pandemia globale”.
Steven Mosher, americano esperto di Cina e presidente del newyorchese Population Research Institute: “Il nostro grande esperimento di portare la Repubblica Popolare Cinese nella comunità delle nazioni è fallito. […] Con il coronavirus, la minaccia di Pechino è sempre più evidente per decine di milioni in Cina e nel mondo, mentre i vantaggi che si possono ottenere approfittando della forza lavoro cinese a basso costo (e oppressa) stanno diminuendo. Ogni giorno impariamo di più sul malvagio e incompetente regime che ha scatenato questo orrore nel mondo. Pechino ha deliberatamente nascosto l’epidemia per due mesi. […] Il mondo non è stato avvertito in tempo. […] Ancora oggi l’OMS non ha accesso a quei numeri che consentirebbero una comprensione completa della diffusione del virus. Senza queste informazioni combattiamo al buio contro un nemico sconosciuto. […] E quello che ci è stato detto si è spesso rivelato falso. Il numero di infetti e morti in Cina è molto più alto di quello ufficiale”.
Un sistema illiberale come quello comunista cinese può far comodo a chi lo esercita.
Ma è dannoso per tutti gli altri.

Una vergognosa propaganda
E’ bastato che il prof. Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto Mario Negri e uno dei più noti scienziati al mondo, dicesse che alcuni medici della provincia di Bergamo ricordavano di aver visto, a novembre e a dicembre 2019, “strane polmoniti, molto gravi in particolare negli anziani. Significa che il virus circolava almeno in Lombardia prima che venissimo a conoscenza del focolaio di Wuhan reso noto a fine gennaio 2020” perché alcuni organi di propaganda cinese sostenessero che la pandemia potrebbe essere partita dall’Italia. Invece Daniel Lucey, della Georgetown University, ha descritto su Science tutta la strada percorsa dal virus. E non c’è dubbio, in base genetica, che il virus sia cinese. Il caso Remuzzi è l’ennesimo episodio di un problema più grande, di una vera e propria guerra di propaganda.
Zhao Lijian, portavoce del Ministero degli Esteri cinese e uno dei funzionari di Pechino più noti nel mondo, ha sostenuto su twitter teorie complottiste, ha accusato gli Usa di aver nascosto casi di Covit-19 portati dagli atleti americani che hanno soggiornato a Wuhan per i Giochi Mondiali Militari. Insomma, sarebbero stati gli atleti americani a infettare Wuhan.
Il presidente Trump è stato accusato di razzismo, avendo parlato di virus cinese.
Per mitigare le crescenti frizioni tra America e Cina, è dovuto intervenire Cui Tiankai, ambasciatore cinese negli USA, che ha detto: “Lasciamo che sia la scienza a parlare”. No comment!

Ecosistemi sconvolti
Il Governo cinese ha una cospicua dose di responsabilità nell’attuale pandemia. Ma i danni alla nostra salute li stiamo facendo tutti insieme. Dalla rivoluzione industriale in poi, gli uomini hanno sostanzialmente cambiato la faccia del pianeta. Tanto da dover dare un nome – Antropocene – al periodo geologico segnato da quelle nostre attività che hanno sconvolto gli ecosistemi precedenti. E una perdita complessiva di natura ha, tra le altre, anche la conseguenza delle pandemie. Che non sono affatto casuali.
Scrive Mario Tozzi, eminente geologo ricercatore del CNR: “Quando tagli una foresta tropicale, sottrai habitat a pipistrelli e altri animali - che ospitano virus e batteri - che sono costretti a cercarsi un altro posto, in genere nei pressi degli allevamenti intensivi o delle periferie urbane. Con tutto il loro corredo di microrganismi. […] Secondo l’OMS, il 75% delle malattie può essere chiamato zoonosi e ne conosciamo circa 200 al mondo, tutte connesse, da Ebola a Nipah, in un passaggio tipico che prevede sempre gli stessi step successivi: 1) deforestazione, 2) perdita o sterminio di predatori e crescita senza limiti delle specie-serbatoio, 3) prelievo e traffico illegale di queste specie, 4) mercati animali e nuovi spazi per i virus (gli slums metropolitani), 4) salto di specie. In questo contesto le malattie-pandemie sono destinate a crescere. Ma se la situazione è questa, ecco che abbiamo anche la soluzione: basterebbe comprendere che il vero antivirus che abbiamo a disposizione è proprio la conservazione della natura, e in particolare quella delle foreste tropicali, specialmente nel Sud-Est asiatico. Non è solo l’aspetto ecologico a spingersi verso una gigantesca riconversione ambientale delle attività produttive che comporti zero consumo del suolo e limitato consumo di risorse; oggi è soprattutto la salvaguardia della salute umana e dei viventi. Ma questi aspetti erano conosciuti? E perché eravamo così impreparati? Perché è tipico dei sapiens non prepararsi al peggio probabile, se non è inevitabile. Come dimostra il caso di Ebola, in cui la catastrofe planetaria, o almeno africana, è stata evitata solo perché il virus non si diffonde per via aerea e perché non ha interessato grandi aree urbane (oltre che per il grande lavoro degli epidemiologi da campo). In una sua memorabile conferenza del 2015, Bill Gates suggeriva la creazione di un sistema sanitario globale, un corpo medico di riserva e la collaborazione con task force militari pronte all’intervento in ogni parte del mondo. Ebola poteva essere un buon avvertimento. Non lo abbiamo ascoltato”.

 
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