Accademia: lavoro e welfare

La partecipazione dei lavoratori all'impresa
nella Dottrina Sociale della Chiesa e in don Luigi
 

1 – 13. La dottrina sociale della Chiesa
Bibliografia:
Compendio della dottrina sociale della Chiesa – Libreria Editrice Vaticana – 2005
Le Encicliche sociali – Paoline – 1984 – 8va edizione 2010
I documenti del Concilio Vaticano II – Paoline – 2002
 
14. La posizione di don Luigi Sturzo
Fonti diverse
 
15. Considerazioni

1. DOCUMENTI CARDINI DELLO SVILUPPO DELLA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA:
Rerum Novarum , Leone XIII, 15.5.1891
Quadragesimo Anno , Pio XI, 15.5.1931
Radiomessaggio di Pentecoste , Pio XII, 1.6.1941
Mater et Magistra , Giovanni XXIII, 15.5.1961
Pacem in Terris , Giovanni XIII, 11.4.1963
Gaudium et Spes , Concilio Vaticano II, 7.12.1965
Populorum Progressio , Paolo VI, 26.3.1967
Octogesima Adveniens , Paolo VI, 14.5.1971
Laborem Exercens , Giovanni Paolo II, 14.9.1981
Sollicitudo Rei Socialis , Giovanni Paolo II, 30.12.1987
Centesimus Annus , Giovanni Paolo II, 15.9.1991
Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa , 2.4.2004
Caritas in Veritate , Benedetto XVI, 29.6.2009

2. NELLA RERUM NOVARUM, Leone XIII, 15.5.1891
La lotta di classe è giudicata “cosa tanto contraria alla ragione e alla verità [perché] l’una ha bisogno dell’altra: né il capitale può stare senza lavoro, né il lavoro senza capitale. […] è giusto che il governo s’interessi dell’operaio, facendo sì che egli partecipi in qualche misura di quella ricchezza che esso stesso produce”.
Significativi nell’Enciclica:
- la prevalenza dei singoli rispetto allo Stato;
- il diritto alla proprietà privata;
- l’obbligo della Stato a provvedere al bene comune;
- la necessità di adottare la giustizia distributiva.
 
Qui e nelle successive Encicliche, la proprietà privata non è solo la casa e/o la terra. Se ne parla sempre come un diritto naturale e un fattore di dignità della persona.
Il bene comune è in tutta evidenza il risultato di una moltiplicazione e non di un’addizione. Sarà più chiaro nelle successive encicliche. Ed è questo il tratto distintivo della Dottrina Sociale verso un certo parlare di bene comune. Per la Dottrina Sociale della Chiesa non c’è bene comune fintanto che qualcuno non ha potuto soddisfare un proprio legittimo bisogno/diritto di vita.

3. NELLA QUADRAGESIMO ANNO, Pio XI, 15.5.1931
3.1 “Bisogna che rimanga sempre intatto e inviolato il diritto naturale di proprietà privata e di trasmissione ereditaria dei propri beni, diritto che lo Stato non può sopprimere, perché l’uomo è anteriore allo Stato e anche perché il domestico consorzio è logicamente e storicamente anteriore al civile”. In corollario, è lecito che chi crea valore con l’industria e il lavoro, abbia il diritto di trattenerlo per sé.
3.2 “Non può sussistere capitale senza lavoro, né lavoro senza capitale […] quando è possibile, il contratto di lavoro venga temperato alquanto col contratto di società, come si è già cominciato a fare in diverse maniere, con non poco vantaggio degli operai e dei padroni. Così gli operai diventano cointeressati o nella proprietà o nell’amministrazione e compartecipi, in certa misura dei lucri percepiti”.
3.3 Prima chiara definizione del principio di sussidiarietà che entra in uso, nel dibattito sociale e politico, solo negli anni sessanta: “Deve […] restare saldo il principio importantissimo nella filosofia sociale: che, siccome è illecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le loro forze e l’industria propria per affidarlo alla comunità […] l’oggetto naturale di qualsiasi intervento della società stessa è quello di aiutare in maniera suppletiva le membra del corpo sociale, non già di distruggerle e assorbirle”.

4. NELLA MATER ET MAGISTRA, Giovanni XXIII, 15.5.1961
Riafferma il valore del diritto naturale della proprietà privata e ne esalta la positività quando derivi dal risparmio dei lavoratori. E per quanto riguarda il lavoro “deve essere valutato e trattato non già alla stregua di una merce, ma come espressione della persona umana”. Nell’Enciclica è detto espressamente, proprio nel lapidario incipit: “La giustizia va rispettata, non solo nella distribuzione della ricchezza, ma anche in ordine alle strutture delle imprese in cui si svolge l’attività produttiva. E’ infatti insita nella natura degli uomini l’esigenza che, nello svolgimento delle loro attività produttive, abbiano possibilità di impegnare la propria responsabilità e il proprio essere”. E’ scritto inequivocabilmente l’auspicio che i lavoratori assumano responsabilità negli organi produttivi, a tutti i livelli, e che possano giungere a partecipare alla proprietà delle imprese.
Quanto al bene comune, l’Enciclica afferma che “si concreta nell’insieme di quelle condizioni sociali che consentono e favoriscono negli esseri umani lo sviluppo integrale della loro persona”.

5. NELLA PACEM IN TERRIS, Giovanni XXIII, 11.4.1963
Tratta del problema della pace in modo integrato: nella convivenza dei singoli, fra cittadini e rispettive comunità, fra comunità, fra individui e famiglie, fra le più vaste comunità mondiali. E proprio nell’ambito più vasto insiste: “Ognuno […] ha diritto a una retribuzione determinata secondo criteri di giustizia e sufficiente, nella misura rispondente alla ricchezza disponibile, a permettere al lavoratore e alla sua famiglia un tenore di vita conforme alla dignità umana; ha diritto alla proprietà sui beni anche produttivi; […]”. E dice inoltre: “[…] Crediamo opportuno di osservare che, ogniqualvolta è possibile, pare che debba essere il capitale e cercare il lavoro e non viceversa”.

6. NELLA GAUDIUM ET SPES, Concilio Vaticano II, 7.12.1965
Il motivo dominante della Costituzione Pastorale è la dignità della persona. “L’uomo, quando lavora, non trasforma soltanto le cose e la società, ma perfeziona se stesso. Apprende molte cose, sviluppa le sue facoltà, esce da sé e si supera. Tale sviluppo, se ben compreso, vale più delle ricchezze esteriori che si possono accumulare. L’uomo vale più per quello che è che per quello che ha”. Allo stesso tempo, l’uomo “è l’autore, il centro e la fine di tutta la vita economico-sociale”. E dunque “va promossa, in forme da determinarsi in modo adeguato, l’attiva partecipazione di tutti alla gestione dell’impresa”.

7. NELLA POPULORUM PROGRESSIO, Paolo VI, 26.3.1967
Dimensione planetaria per questa Enciclica, i cui tratti più profondi sono là dove il Papa approfondisce le forze immateriali per lo sviluppo: il pensiero, come approfondimento del sapere e allargamento del cuore; la carità che suggerisce gli strumenti per risolvere povertà e sofferenze; la fraternità; l’intelligenza coniugata alla buona volontà. “Se il perseguimento dello sviluppo richiede un numero sempre più grande di tecnici, esige ancora di più degli uomini di pensiero capaci di riflessione profonda, votati alla ricerca d’un umanesimo nuovo che permetta all’uomo moderno di ritrovare se stesso, assumendo i valori superiori d’amore, d’amicizia, di preghiera e di contemplazione. In tal modo potrà compiersi in pienezza il vero sviluppo, che è il passaggio, per ciascuno e per tutti, da condizioni meno umane a condizioni più umane”. E successivamente: “L’uomo non è veramente uomo che nella misura in cui, padrone delle proprie azioni e giudice del loro valore, diventa egli stesso autore del proprio progresso, in conformità con la natura che gli ha dato il suo Creatore e di cui egli assume liberamente le possibilità e le esigenze”.

8. NELLA OCTOGESIMA ADVENIENS, Paolo VI, 14.5.1971
L’incipit del messaggio è l’appello universale a una maggiore giustizia. Paolo VI segnala la necessità che “i problemi sociali posti dall’economia moderna – condizioni umane di produzione, equità negli scambi dei beni e nella ripartizione delle ricchezze, significato degli accresciuti bisogni di consumo, attribuzione delle responsabilità – [vengano collocati] in un contesto più largo di nuova civiltà” con riferimento ai nuovi problemi sociali costituiti dall’urbanesimo, dalle difficoltà di dialogo tra generazioni, dal posto della donna nella società, dalla posizione dei lavoratori nel contesto economico-sociale, dalle discriminazioni di vario genere, dal ruolo politico e sociale dei mezzi di comunicazione sociale, dall’ambiente naturale.
 
Nelle due Encicliche sub 7 e sub 8 non ci sono specifiche indicazioni sulla relazione capitale-lavoro. Tuttavia è importante che i principi ivi espressi siano considerati essenziali nel considerare l’argomento. L’azionariato dei lavoratori è una legittima estensione della proprietà privata e un potente strumento di dignità, di responsabilizzazione e di distribuzione della ricchezza.
 

9. NELLA LABOREM EXERCENS, Giovanni Paolo II, 14.9.1981
A novanta anni dalla Rerum Novarum, Giovanni Paolo II scrive che “[…] il lavoro umano è una chiave, probabilmente la chiave essenziale, di tutta la questione sociale […] di essere fatto per l’uomo (e non l’uomo per il lavoro) […] il capitale è in funzione del lavoro e non il lavoro in funzione del capitale […] continua a rimanere inaccettabile la posizione del rigido capitalismo, il quale difende l’esclusivo diritto della proprietà privata dei mezzi di produzione come un dogma intoccabile della vita economica […] sono invece da vedersi come positive la comproprietà dei mezzi di produzione, la partecipazione dei lavoratori alla gestione e/o ai profitti delle imprese (il cosiddetto azionariato del lavoro) et similia”.
 
Personalmente ritengo che la partecipazione di lavoratori debba escludere il rischio d’impresa, lasciando quindi muri e macchine al titolare che rimarrebbe il maggior azionista, quindi il maggior beneficiario degli utili.
 

10. NELLA SOLLICITUDO REI SOCIALIS, Giovanni Paolo II, 30.12.1987
Mentre la Laborem Exercens è dedicata alle questioni delle classi economiche e sociali, la Sollicitudo Rei Socialis è rivolta alle questioni del mondo. La lettura dei problemi moderni è teologica: tali problemi discendono dalle strutture di peccato presenti: “da una parte, la brama esclusiva del profitto e, dall’altra, la sete del potere col proposito d’imporre agli altri la propria volontà; [sotto le quali] si nascondono vere forme di idolatria: del denaro, dell’ideologia, della classe, della tecnologia”. Quanto all’esercizio della solidarietà e della sussidiarietà è valido quando i suoi componenti si riconoscono tra di loro come persone: “Coloro che contano di più, disponendo di una porzione più grande di beni e servizi, si sentano responsabili dei più deboli e siano disponibili a condividere quanto possiedono. I più deboli, da parte loro, nella stessa linea di solidarietà, non adottino un atteggiamento puramente passivo o distruttivo del tessuto sociale ma, pur rivendicando i loro legittimi diritti, facciano quanto loro spetta per il bene di tutti”.

11. NELLA CENTESIMUS ANNUS, Giovanni Paolo II, 15.9.1991
11.1. “ L’azienda non può essere considerata solo come una società di capitali; essa è, al tempo stesso, una società di persone”.
11.2 “ Il profitto non è l’unico indice delle condizioni dell’azienda. E’ possibile che i conti economici siano in ordine e insieme che gli uomini, che costituiscono il patrimonio più prezioso dell’azienda, siano umiliati e offesi nella loro dignità”.
11.3. “Il profitto è un regolatore della vita dell’azienda, ma non è l’unico; ad esso va aggiunta la considerazione di altri fattori umani e morali che, a lungo periodo, sono almeno ugualmente essenziali per la vita dell’impresa”.
11.4. “La proprietà dei mezzi di produzione è giusta e legittima se serve a un lavoro utile;
diventa invece illegittima quando non viene valorizzata o serve a impedire il lavoro di altri per ottenere un guadagno che non nasce dall’espansione globale del lavoro e della ricchezza sociale, ma piuttosto dalla loro compressione, dall’illecito sfruttamento, dalla speculazione e dalla rottura della solidarietà nel mondo del lavoro”.
 
Non solo azionariato dei lavoratori. La Chiesa invita le aziende a valorizzare il capitale umano. Possiamo dire : tutte le aziende dovrebbero avere anche un bilancio sociale, per dare la misura della loro capacità di valorizzare e accrescere il capitale umano.
 

12. COMPENDIO DELLA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA, 2.4.2004
12.1. “Per bene comune s’intende l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente. Il bene comune non consiste nella semplice somma dei beni particolari di ciascun soggetto del corpo sociale. Essendo di tutti e di ciascuno, è e rimane comune perché indivisibile e perché soltanto insieme è possibile raggiungerlo, descriverlo e custodirlo anche in vista del futuro”.
12.2. “La proprietà privata è elemento essenziale di una politica economica autenticamente sociale e democratica ed è garanzia di un retto ordine sociale”.
12.3. “L’impresa deve caratterizzarsi per la capacità di servire il bene comune della società mediante la produzione di beni e servizi utili. […] Nell’impresa, pertanto, la dimensione economica è condizione per il raggiungimento di obiettivi non solo economici, ma anche sociali e morali”.
 
Il documento è decisamente ed esplicitamente critico verso tutto quanto risulta dall’egoismo e dalla gestione corrotta o asservita del potere. I richiami ai cristiani a contrastare quei comportamenti politici, economici e sociali che provocano povertà, fame, ingiustizie e guerre sono forti e inequivocabili.
Non c’è traccia dei tormenti di Paolo VI. Tutto è diretto, con un linguaggio che non lascia dubbi. Qualunque tema è qui analizzato e per ciascuno è indicata la via da seguire per il fine ultimo: la persona nella sua integrità e dignità.

 

13. NELLA CARITAS IN VERITATE, 29.6.2009
13.1. “La dignità della persona e le esigenze della giustizia chiedono che, soprattutto oggi, le scelte economiche non facciano aumentare, in modo eccessivo e moralmente inaccettabile, le differenze di ricchezza”.
13.2. “L’appiattimento delle culture sulla dimensione tecnologica, se nel breve periodo può favorire l’ottenimento dei profitti, nel lungo periodo ostacola l’arricchimento reciproco e le dinamiche collaborative. E’ importante distinguere tra considerazioni economiche o sociologiche di breve e di lungo termine. L’abbassamento del livello di tutela dei diritti dei lavoratori o la rinuncia a meccanismi di ridistribuzione del reddito, per fare acquisire al Paese maggiore competitività, impediscono l’affermarsi di uno sviluppo di lunga durata. Vanno allora attentamente valutate le conseguenze sulle persone delle tendenze attuali verso un’economia del breve, talvolta brevissimo, termine. Ciò richiede una nuova e approfondita riflessione sul senso dell’economia e dei suoi fini nonché una revisione profonda e lungimirante del modello di sviluppo, per correggerne le disfunzioni e le distorsioni”.
13.3. “Le attuali dinamiche economiche internazionali, caratterizzate da gravi distorsioni e disfunzioni, richiedono profondi cambiamenti anche nel modo di intende l’impresa”. Le imprese di oggi si sentono responsabili quasi unicamente nei confronti di chi ha investito il capitale mentre dovrebbero “farsi carico di tutte le altre categorie di soggetti che contribuiscono alla vita dell’impresa: i lavoratori, i clienti, i fornitori dei vari fattori di produzione, la comunità di riferimento […]. Bisogna evitare che il motivo per l’impiego delle risorse finanziarie sia speculativo e ceda alla tentazione di ricercare solo profitto di breve termine, e non anche la sostenibilità dell’impresa a lungo termine”.
 
Economia del dono e il principio di sussidiarietà sono proposte ben articolate nell’Enciclica. In entrambi i casi il valore che soggiace è la fiducia nella persona come soggetto capace di prendere responsabilmente in mano le sorti proprie e altrui e di condurle avanti in una logica di giustizia e di solidarietà.
 

14. LA POSIZIONE DI DON LUIGI STURZO
 
Va ricordato che don Luigi è morto nel 1959, prima della Mater et Magistra.
Pertanto la sua visione del rapporto capitale-lavoro è, si può ben dire, profetica, anticipatrice delle posizioni dei successivi documenti della Dottrina Sociale della Chiesa. I quali documenti, per altro, richiamano la Rerum Novarum o vi si richiamano come a un fattore di svolta. La stessa property in job è uno dei frutti della Rerum Novarum.
Don Luigi ebbe a dire: “Non è farina del mio sacco: devo tutto a quanto ho appreso dal Vangelo e dalla Rerum Novarum”.

 
1920, Milano. Dal discorso Crisi economica e crisi politica.
“[…] un primo elemento fondamentale è dato nel termine finale della nuova economia, avvicinare cioè il lavoratore ai mezzi di produzione e renderlo partecipe del valore produttivo […]; l’azionariato e la partecipazione, comunque costruita, alle aziende industriali; lo sviluppo cooperativistico nelle imprese […]; sono postulati per arrivare a due termini fondamentali: la trasformazione del salariato in collaboratore cointeressato alla sviluppo dell’azienda e la trasformazione dell’impresa centralizzata, capitalistica e monopolistica in industria a largo cointeresse sociale”.
12 maggio 1951.
“ Purtroppo, da parte dell’impresa libera non si è avuta una chiara concezione dell’apporto etico della scuola cattolico-sociale, della importanza dell’insegnamento papale che spinge il capitalista a cercare la collaborazione di classe insieme all’integrazione delle esigenze dell’altra parte.
Il cammino verso la completa intesa dei fattori della produzione è assai difficile. Oggi si punta troppo sul gioco di forze antagoniste e sopra un interventismo statale che tende a dare in mano alle burocrazie l’economia del Paese. Tutto ciò è contrario sia allo spirito cristiano che agli interessi nazionali e rende più costosa e meno efficiente l’elevatore del lavoratore”.
 
21 febbraio 1954.
In un altro famoso discorso, don Luigi afferma che “la migliore definizione di libertà viene da Cicerone: Libertà è partecipazione al potere “ e prosegue “ma il potere presuppone o chiama il possesso: è legge storica. Pertanto non sarà effettivo il potere da parte del proletariato finchè questo resterà proletario: occorre che i proletari partecipino anche al possesso”.
 
13 maggio 1954.
“ A parte torti e ragioni dei lavoratori e dei datori di lavoro (lo stato di conflitto continuo si accentua dalle due parti) non si può continuare nel sistema di additare la categoria dei produttori liberi come classe sfruttatrice, eccitando gli odi, esaltando la conquista politica del proletariato come conquista della futura classe dominatrice o unica (secondo i vari atteggiamenti della demagogia oratoria degli uomini politici); e allo stesso tempo cercare di risolvere in armonia i conflitti e le divergenze fra Stato e produttore o fra produttore e lavoratore. […] Certi cattolici dovrebbero finirla con il vagheggiare una specie di marxismo spurio, buttando via come ciarpame l’insegnamento cattolico-sociale della coesistenza e cooperazione tra le classi […]”.
 
10 giugno 1954.
“ Là dove manca la libertà, l’operaio è servo o schiavo. […] Gli eccessi del capitalismo sono da combattere come ogni altro eccesso, anche perché in quanto eccesso è sempre dannoso. Alla base dell’attività umana sta il senso e il dovere del limite. […] La convivenza interclassista vuol dire cooperazione e comprende l’elevazione delle classi del lavoro ad un migliore livello, non mai l’abbassamento delle altre classi a un livello inferiore”. 1956 in L’eco di Bergamo.
Scrive don Luigi: “Il fulcro dell’economia generale è tuttora l’impresa privata con il più largo sviluppo azionario, con la partecipazione di interessi collaterali e con l’aperta tendenza di un’intesa di collaborazione fra impresa e lavoratore”.
 
6 febbraio 1957.
“Quel che più mi ha colpito nel decennio è stato l’uso del linguaggio marxista. Noto soprattutto lo spirito di dispregio contro la categoria degli imprenditori, l’irrazionale e anticristiana posizione socialista di attribuire alla categoria le colpe dei singoli, di misconoscerne i diritti, con la chiara tendenza, in alcuni, del passaggio allo Stato delle grandi aziende private (statizzazione o nazionalizzazione) ovvero alle categorie operaie (socializzazione di tipo fascista o bolscevico). […] A completare il quadro del mito di sinistra debbo far notare che hanno avuto la loro parte di responsabilità sia quegli industriali che hanno avversato le sane riforme; sia quegli altri che, pur favorendo un certo riformismo equilibrato, hanno cercato di conciliarsi le due estreme di destra e di sinistra”.
 
21 agosto 1957.
Don Luigi cita ampiamente i passi di Leone XIII relativi alla proprietà privata e ai diritti dei lavoratori. Paventa il socialismo di Stato “al quale si avviano i nostri statalisti e dirigisti di vario colore”.
 
31 ottobre 1957.
“Amici della sinistra DC, la verità è che voi mi accusate di difendere i monopolisti privati, solo perché difendo l’iniziativa privata; mi accusate di non curare il benessere dei lavoratori, solo perché io lo concepisco legato ad un’economia sana e perché reputo i monopoli e le imprese di Stato essere basati sopra un’economia falsa e bacata; mi accusate di non comprendere le istanze presenti ed essere fermo al passato solo perché lotto contro la politica di classe e contro il socialismo di Stato. Ditelo chiaro se è così; sarà meglio per me e per tutti”.
 
18 dicembre 1957.
“E’ suonata l’ora della riscossa, riprendendo la battaglia per la libertà. La libertà che è valore dello spirito; la libertà che educa all’autodisciplina; la libertà che fa assumere le responsabilità individuali e sociali; la libertà che forma il cittadino e valorizza il lottatore per i più grandi sacrifici al bene comune”.
 
29 agosto 1958.
“Il miglioramento che si vuole indicare con l’abusata ed equivoca espressione di “Stato sociale” si attua non col dissipare le finanze statali e con l’impegnarle in opere improduttive, non col fare degli operai i dipendenti e i pensionati dello Stato, ma con l’aumento del benessere comune, della produttività, dell’iniziativa e della vitalità personale e privata di ogni cittadino”.

15. CONSIDERAZIONI
La fiducia nella persona, il rispetto della sua integrità e dignità, la sua centralità secondo l’insegnamento di Gesù Cristo sono protagonisti in tutti i temi svolti dalla Dottrina Sociale della Chiesa. La libertà non è tale senza educazione alla responsabilità. In tutto il pensiero di don Luigi la libertà d’iniziativa è esplicita o sottintesa. La partecipazione dei lavoratori alla gestione e agli utili dell’impresa è, per così dire e in tutta logica, inevitabile in una società progredita. Chi vi si oppone? Ovviamente il potere sindacale, che vive dell’eterno opporsi capitale-lavoro. E i cosiddetti imprenditori, che dovrebbero chiamarsi in altro modo, che sacrificano le attività produttive alla finanza, che non vogliono “rischiare” di dover investire nell’innovazione e nel progresso. Comunque certe idee vanno proposte e riproposte. Perché, come scrisse Machiavelli: è dovere dell’uomo buono insegnare il buono che non è riuscito a realizzare...

 
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