Accademia: lavoro e welfare

Sussidiarietà, il mondo del “non profit” potrebbe essere la via d’uscita per una nuova concezione di welfare
Argomento analizzato dal gruppo di studio "Economia e Lavoro" dell’associazione CISS – Novara
 

Premessa
La crisi fiscale e l’allargamento della forbice tra risorse disponibili e ampliamento della gamma dei bisogni hanno palesato il carattere entropico – e non congiunturale – della crisi del welfare. È in questo quadro che si spiega la ripresa di interesse verso il modello civile di sostegno, un modello che affonda le sue radici nell’economia civile di mercato.
Per uscire dalla crisi è necessario un passo oltre: nonprofit, impresa ed ente pubblico devono interagire tra di loro in maniera organica e sistematica sia in fase di progettazione degli interventi sia nel momento della loro esecuzione. E’ più che mai necessario cominciare a parlare di sussidiarietà circolare perché privilegiare il rapporto tra ente pubblico e nonprofit tipico della sussidiarietà orizzontale non è più sufficiente.

Il principio di sussidiarietà era stato già formulato da Antonio Rosmini nella "Filosofia della politica" del 1839:

“il governo civile opera contro il suo mandato, quand'egli si mette in concorrenza con i cittadini, o colla società ch'essi stringono insieme per ottenere qualche utilità speciale; molto più quando, vietando tali imprese agli individui e alle loro società, ne riserva a sé il monopolio”.
 
In breve:
lo Stato "faccia quello che i cittadini non possono fare".
 
E’ questo, dunque, il principio di sussidiarietà orizzontale ben diverso dall’altra formulazione che porta il nome di sussidiarietà verticale, dove, per esempio, si dice, che la Regione farà quello che non fa lo Stato, la Provincia farà quello che non fa la Regione, e i Comuni e le aree metropolitane faranno quello che non fa la Provincia.
 
E qui è chiaro che, se il principio di sussidiarietà verticale non viene esplicitamente coniugato con quello di sussidiarietà orizzontale, si cade in modo inequivocabile in una più subdola e pericolosa forma di statalismo.
 
La sussidiarietà è un concetto più volte ripreso nella Dottrina sociale della Chiesa, a questo riguardo è importante sottolineare l’enciclica del Papa: “Caritas in Veritate”. A parere di Benedetto XVI, il concetto di solidarietà è ancora troppo limitato, non impegna integralmente la comunità umana e la Chiesa nel prendersi cura dell’altro. La fraternità, intesa come pratica della carità nella verità, significa amare l’umanità esprimendo un amore gratuito, che impegna ogni individuo a dare, prima ancora che a ricevere. A riguardo, l’enciclica è esplicita nel richiedere a ciascuno la conversione del cuore. In questo contesto si comprende quale sia il «primo servizio» che la comunità cristiana deve offrire alla società. Esso non consiste principalmente nel fornire una dottrina morale o nell’essere portatrice di un’etica civile. Il primo servizio è quello di introdurre una vera comunione fra le persone: far accadere dentro alla nostra vita civile l’evento di una vera fraternità. «Fraternità» come «vera comunione tra le persone», come missione prioritaria della comunità cristiana, ancora prima della diffusione di una dottrina morale. «Comunione» certamente significata dall’Eucarestia, che non deve mai essere separata dal concreto agire degli individui dentro la società: non solo, dunque, l’impegno mistico, ma anche lo «sporcarsi le mani» del buon samaritano, che si ferma e si china sullo sconosciuto che soffre.

Il principio di sussidiarietà è stato recepito nell'ordinamento italiano con l'art. 118 della Costituzione:
 

Le diverse istituzioni, nazionali come sovranazionali, debbono tendere a creare le condizioni che permettono alla persona e alle aggregazioni sociali (i cosiddetti corpi intermedi: famiglia, associazioni,partiti, ecc) di agire liberamente senza sostituirsi ad essi nello svolgimento delle loro attività.
 
Il principio di sussidiarietà può quindi essere visto sotto un duplice aspetto:
 
• In senso orizzontale: il cittadino, sia come singolo che attraverso i corpi intermedi, deve avere la possibilità di cooperare con le istituzioni nel definire gli interventi che incidano sulle realtà sociali a lui più prossime • In senso verticale: la ripartizione gerarchica delle competenze deve essere spostata verso gli enti più prossimi al cittadino e, pertanto, più vicini ai bisogni del territorio;
 

Capire il welfare
Partiamo dalle origini: il termine Welfare (letteralmente significa “benessere“, “star bene”) è stato coniato in Gran Bretagna dopo la prima Guerra mondiale, per descrivere il tipo di Stato “ricostruito” dal governo laburista che si impegnò ad aiutare le fasce di popolazione più in difficoltà. Il potere politico, nel Welfare State, poteva essere impiegato per modificare, con mezzi legislativi e amministrativi, il gioco delle forze del mercato in tre possibili direzioni:
 
• Garantire ai singoli e alle famiglie un minimo reddito indipendente dal valore di mercato del loro lavoro o dal loro patrimonio;
• Ridurre l’insicurezza sociale mettendo chiunque in grado di far fronte a difficili congiunture:
malattia, vecchiaia, disoccupazione;
• Garantire a tutti, senza distinzione di classe e di reddito le migliori prestazioni possibili (l’ottimo non il minimo) relativamente a un complesso di servizi predeterminati.  

Il termine Welfare è sopravvissuto alla caduta di quel governo (1951) e in senso lato, oggi, sta ad indicare lo Stato Sociale, conosciuto anche come Stato assistenziale, ovvero quel sistema di norme con il quale lo Stato cerca di eliminare le diseguaglianze sociali ed economiche fra i cittadini, aiutando in particolar modo i ceti meno abbienti. Stare “on welfare” significa ricevere sostegno finanziario o altro tipo di assistenza da parte del governo perché poveri.
In Italia si è “preso in prestito” il termine Welfare dagli inglesi per definire il settore dello Stato che dovrebbe occuparsi delle fasce più deboli (disabili, lavoratori subordinati, pensionati ecc..), settore che una volta si chiama Previdenza Sociale.
 
I welfare europei sono in austerità da almeno un paio di decenni. Negli ultimi vent’anni la spesa sociale sul Pil è rimasta al palo in quasi tutti i paesi europei, mentre le disuguaglianze sono aumentate sensibilmente, soprattutto in quelli mediterranei, Italia inclusa. Questi, già da anni, erano afflitti da bassi tassi di occupazione, da vistose differenze tra outsider e insider (in Italia parzialmente smorzate dalla recente riforma), da servizi alle famiglie sempre nettamente inferiori nei numeri a quelli offerti nell’Europa continentale. La stessa Germania, che nel periodo è riuscita ad accrescere l’occupazione, non ha evitato un consistente aumento delle disuguaglianze interne.
 
La severità della crisi ha evidenziato i limiti nella capacità di livellamento sociale e di sostegno all’occupazione da parte del welfare state, che si era formato, nel secondo Novecento, in coalescenza con lo sviluppo dei mercati industriali, con la costruzione della cittadinanza nazionale, con la modernizzazione. Non era forse nato per sostenere i servizi sociali e attenuare le disuguaglianze? Tuttavia, i suoi effetti nei Paesi europei sono apparsi via via dissonanti dagli intenti originari. Con gli anni Novanta, il paradigma laburista e socialdemocratico dominante ha comportato una gigantesca “offerta di benessere” da parte dello Stato per far fronte a una fase postindustriale caratterizzata, nella dimensione sociale, dal ruolo decrescente del mercato del lavoro nella distribuzione del reddito a tutti gli individui e dal consumismo individualista e edonista. Nel ventennio d’oro dei mercati finanziari, diventa inattuale la concezione statalista che sovrastima la capacità della burocrazia statale di produrre e distribuire welfare da sé e sottostima il ruolo della famiglia, delle organizzazioni volontarie e dello stesso mercato nel produrre e distribuire servizi di welfare.
 
In economia, l’aumento di spesa sociale statale danneggia la crescita economica per l’incremento della tassazione che essa comporta. Sul piano morale, il welfare così concepito perpetua la dipendenza di coloro che da esso dipendono, tende a creare una platea passiva di beneficiari. Soprattutto non evidenzia mai doveri e responsabilità dei cittadini. Il welfare “all’italiana”, manovrato da partiti forti e da istituzioni deboli, aveva preso fin dalle origini una via assistenziale e clientelare, complici i corporativismi e i campanilismi. Proprio i corporativismi, i campanilismi, il mercato politico del consenso e una burocrazia statale autoreferenziale hanno impedito un vero rinnovamento della forma di assistenzialismo.

Il welfare deve trasformarsi da costo in un investimento che rende i paesi competitivi: questo è solo il primo passo per raccogliere la sfida del futuro.
 

La politica dovrebbe definire cosa possa significare più Europa per un welfare e per un’economia mista. Uno stato asciugato da privilegi, clientelismi e sprechi, deve farsi strada politiche sociali proattive, mix di pubblico e privato per intervenire sulle nuove generazioni.
 
Non v’è dubbio che si tratti di un avanzamento importante rispetto al modello statalista di welfare, della cui improponibilità, oggi, sono ormai tutti consapevoli. Il welfare mix poggia sull’idea che il problema più serio da risolvere sia un problema di costi e quindi che tutto quel che vi sarebbe da fare sul piano politico sarebbe trovare i modi per ottenerne la riduzione. Chiaramente, solo in una società stazionaria (o quasi), in cui fosse possibile predefinire le tipologie dei bisogni che restano più o meno stabili nel tempo e il livello del loro soddisfacimento, ciò potrebbe ritenersi sufficiente. In una società del genere, infatti, le situazioni di permanenza fanno aggio su quelle di passaggio, e dunque sarebbe relativamente agevole prevedere e programmare i flussi di spesa e le modalità di intervento.
 
Ma in società caratterizzate da una sostenuta dinamica evolutiva per ciò che riguarda l’emergere di nuovi bisogni, nelle quali il meccanismo delle aspettative soggettive sospinge sempre più verso l’alto gli standard qualitativi e nelle quali le situazioni di transizione (da un luogo all’altro; da una condizione lavorativa all’altra; dal lavoro alla formazione e poi di nuovo al lavoro) sono diventate la norma, una strategia basata sul solo contenimento dei costi e sulla razionalizzazione della spesa sarebbe votata al sicuro insuccesso. In altri termini, se si pensa di far dipendere il soddisfacimento dei bisogni di welfare dei cittadini di una società che progredisce dalle risorse che l’ente pubblico riesce a mettere in campo con la tassazione – sia pure fortemente progressiva – l’esito finale non potrà che essere l’abbandono dell’universalismo in favore di programmi di tipo selettivistico.
 
Ecco perché è divenuto urgente cambiare la prospettiva del discorso. L’idea centrale è che non solo l’ente pubblico, ma tutta la società deve farsi carico del welfare. E ciò a partire dalla considerazione che i portatori di bisogni sono anche portatori di conoscenze e di risorse. Duplice la conseguenza che deriva da un tale cambiamento. Da un lato, l’ente pubblico non può continuare a ragionare come unico ed esclusivo titolare del diritto-dovere di erogare servizi di welfare e, specialmente, del potere di definire da solo i modi di soddisfacimento dei bisogni individuali (Keynes che, a differenza di quanto si tende a pensare, non è mai stato uno statalista, parlava a tale proposito di “dipendenza democratica”, per significare che i portatori di bisogni dovevano concorrere con l’ente pubblico al processo di programmazione e produzione delle varie prestazioni). Dall’altro lato, gli enti del Terzo settore devono cessare di rappresentarsi come soggetti del parastato oppure come soggetti solo funzionali alla filantropia d’impresa. Al contrario, essi devono mirare a uno status di completa indipendenza, che è cosa ben diversa dalla separazione, sia dalla sfera pubblica sia da quella del privato commerciale.
 

Sussidiarietà circolare, la via per una nuova concezione di welfare
Ecco, allora, perché si arriva all’idea della “sussidiarietà circolare”, un concetto diverso dalla sussidiarietà verticale e da quella orizzontale. Si tratta cioè di pensare la società come una sorta di triangolo ai cui vertici vengono messi: enti pubblici, imprese, terzo settore. Questi tre vertici devono interagire tra loro in maniera organica e sistematica, su una base di parità, per arrivare a definire le cose da fare e la loro realizzazione. E non è facile. Perché attualmente, in assenza di tale modello, i tre “vertici” così si comportano: l’ente pubblico, eletto democraticamente, intende decidere da solo e semmai chiama gli altri a concorrere alla realizzazione, cercando d’impegnare l’impresa a dare soldi e il terzo settore a dare un po’ di volontariato.
 

Nel sistema circolare, invece, tra i tre vertici si deve instaurare una condivisione a partire dalla progettazione. Gli imprenditori sono disponibili a concorrere alle spese a condizione che possano dire la loro sul modo di progettare , sul modo di gestire e così via. I soggetti del terzo settore sono fondamentali perché, vivendo nel territorio, conoscono meglio i bisogni e dove stanno ed applicano un modello di gestione più appropriato. L’Ente pubblico ha la responsabilità di garantire l’universalismo (impiegando proprie risorse).
 

Si tratta, cioè, dell’applicazione di un’autentica democrazia che è nata proprio per la realizzazione del bene comune.
 

Il modello della “sussidiarietà circolare” non è una teorizzazione perché può concretamente funzionare, come in effetti già funziona in alcune parti d’Italia, dalla Lombardia, che ha fatto da apripista, all’Emilia-Romagna. Per diffondere questo modello occorre un’apposita legislazione a partire dal livello regionale. Occorre, quindi, una volontà politica orientata verso nuovi modelli gestionali di beni comuni e servizi sociali.
 

Conclusioni
L’antropologia iper-minimalista dell’homo oeconomicus, riducendo tutti i rapporti interpersonali alla forma del contratto mercantile, ha finito con il contagiare pure la sfera pubblica, la quale non ha trovato di meglio che partorire la versione assistenzialistico-risarcitoria del welfare. L’eclissi del civile che l’avanzata dell’individualismo ha determinato ha contribuito a rendere inospitale il mondo in cui viviamo, un mondo sempre più popolato di merci e di cose e sempre meno di autentiche relazioni umane.
 
Il nuovo welfare che si sta profilando all’orizzonte non può allora non tenere conto del fatto che l’Italia è stata la culla della economia civile, una tradizione di pensiero che oggi va riscoperta e opportunamente reinterpretata insieme al concetto di famiglia. In Italia, infatti, la famiglia è ancora il luogo in cui certe difficoltà legate all’età, alla disoccupazione, alla salute, vengono assorbite.
 
L’esistenza di questa struttura ha permesso che il nostro Paese abbia risentito della crisi meno di altri. In secondo luogo, tutto ciò però si scontra con una mentalità che vede il problema della pubblica amministrazione come un problema di incremento delle capacità tecniche-professionali, se non morali, dei suoi operatori. Parole come “efficacia”, “copertura finanziaria”, “efficienza”, “economicità” prevalgono su parole come “parità pubblico-privato”, “sussidiarietà”, “cooperazione”.
 
In una parola, si fa fatica ancora a cogliere il nesso virtuoso tra sussidiarietà ed efficienza. C’è un’idea negativa di persona e di iniziativa personale che impedisce di scoprire come, invece, le realtà di base più vicine al cittadino, quelle del privato sociale, sono ciò che nei fatti, rendono il welfare italiano ancora di valore e permettono di allargare l’intervento ai bisogni emergenti. Infine, il cambiamento radicale che questo rapporto suggerisce è quindi di tipo culturale e riguarda un capovolgimento di mentalità: il cittadino, nelle sue forme sociali organizzate, deve essere al centro di un’azione efficace di risposta ai suoi bisogni di welfare.

 
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