Accademia: famiglia ed educazione

La Scuola del Noi invece dell’Io
di Domenico Bresich, Preside dell’Istituto Comprensivo Statale Achille Boroli di Novara
 
Il dovere della speranza
Edith Stein, filosofa e martire del XX secolo scriveva “Col termine educazione intendiamo la formazione dell’essere umano nel suo complesso, con tutte le sue forze e capacità. Cos’altro vogliamo raggiungere coll’educazione se non che il giovane che ci è affidato divenga un essere umano vero e autenticamente se stesso? Per conseguire questo fine l’’educatore deve possedere un’idea chiara e un giudizio vero riguardo a in che cosa consista l’educazione, cioè l’autentica natura umana e l’autentica individualità. Formare esseri umani autentici significa formarli ad essere autentici, unici, irripetibili, essenziali.
Le altre sono pedagogie incomplete…”
Ma questa attenzione all’unico, all’individuo, questo focus sull’autenticità di ogni singolo essere, bambino, allievo, uomo, non significa puntare al miserevole io narcisistico che ci accompagna tutti, bensì guardare la straordinaria meraviglia dell’universale e comune che sottende tutti gli esseri umani.
La meraviglia del genere umano.
“l’autentica natura umana e l’autentica individualità, dicevamo. E fin qui tutto bene. Tutti d’accordo. Ma…
Obiezione frequente di molti Genitori, apparentemente ovvia, normale, quasi accettabile, direi: ”A me non interessa niente degli altri…a me interessa che mio figlio.….”
Da dove arriva questo? Qual è la genesi di questa miopia sociale e relazionale?
 
L’egoismo che fa male
Con l’avvento delle tecnologie informatiche il mondo tutto – e il nostro sicuramente - è in preda a un'overdose di ego. Osserviamo la demenziale mania dei selfie. Si capisce dove è indirizzato lo sguardo e l'attenzione di ciascuno di noi: su noi stessi, su me, su quello che faccio io e su dove io sono, su chi io incontro.
Una pulsione irresistibile, una sorta di dipendenza. Farsi conoscere soprattutto attraverso la rete. Avere i famosi cinque minuti di celebrità, facendo non importa cosa. E’ come se per sentirsi vivi e vitali occorra assolutamente emergere, sovrastare, imperare, essere influencer.
E in questa asfittica narcisistica visione della vita e del vivere l’altro, il prossimo, la persona può tornare utile o meno per il raggiungimento del nostro scopo, cioè appagare il nostro ego.
E il nos, il we il wir?
L’immagine del singolo deve risaltare ad ogni costo; l’altro è inteso come strumento, mai come fine.
Le persone sono gradini da calpestare per salire non si sa bene dove, ritrovandosi poi circondati da gente uguale, opportunista e cinica. L’ego si scontra sempre con altri ego che vogliono spazio e visibilità e quindi sono introvabili i veri amici, le vere relazioni. Tutto si basa sulla convenienza, mentre sappiamo che la sana relazione è gratis. Basta a se stessa. Ha la sua motivazione in se stessa.
La prima conseguenza sociale negativa? Si diventa incapaci di confronto, di collaborazione, di cooperazione.
L’esasperazione della competizione, gli eccessi dell’arrivismo, dell’individualismo spinto hanno sancito lo sfaldamento del senso comunitario, la sterilità della vita associata.
 
Insieme è meglio
Una delle espressioni che amo di più nel mio lavoro è quello di comunità scolastica. Come è denso di significato e di valore questo binomio.
Avere ancora un noi in mente è la radice di ogni pedagogia.
Nel percorso di crescita degli Alunni, sulla strada che devono percorrere per maturare come cittadini rispettosi, onesti, non criminali, è necessaria e irrinunciabile la consapevolezza di una appartenenza, di più appartenenze. L’autonomia, la maturità, la forza di ciascuno non arriverà mai senza questa consapevolezza.
Noi siamo perché apparteniamo.
Perché esiste un Noi, oltre che un Io.
Un Noi che è meglio e di più di tanti e favolosi Io.
Non c’è inventore originale senza l’operaio che costruisce.
Non c’è esploratore audace senza marinaio.
Non c’è orafo talentuoso senza minatore d’oro.
Perché tutto quello che siamo è frutto di un Noi.
La vera frontiera della Scuola, dei suoi figli e Alunni, è la società civile, il nostro modo di stare insieme, la nostra Comunità umana.
Che cosa ci accomuna e ci unisce deve essere la nostra riscoperta.
Per questo dico e scrivo e vivo spesso, qui, La Scuola del Noi.
Occorre riscoprire che cosa ci rende quello che siamo, che cosa ci lega:
- una appartenenza (al borgo, al quartiere, alla città, alla scuola,..)
- una energia e una vitalità comuni, un flusso universale di valori, di umanità alta, di pensieri e convinzioni profonde capaci di abbracciare tutti e riconoscere il valore di tutti.
Nella Scuola che ho in mente, il vero insegnante non è qualcuno che istruisce raddrizzando piante storte, né qualcuno che trasferisce sistematicamente i contenuti da un contenitore ad un altro, secondo schemi o mappe concettuali precostituite.
(Secondo Montaigne è meglio una testa ben fatta che una testa ben piena).
Il vero insegnante è colui che sa portare e dare la parola, sa coltivare la possibilità di stare insieme, sa fare esistere la cultura come possibilità della Comunità scolastica, sa valorizzare le differenze, le singolarità, animando la curiosità di ciascuno senza però inseguire un’immagine di allievo ideale. Piuttosto esalta i difetti, le storture di ciascuno dei suoi allievi, uno per uno, per ciò che sono e che recano con sé. È qualcuno che sa amare chi impara, che sa amare anche la vite storta. Massimo Recalcati ha definito in questo modo l’educazione: amare la stortura della vite.
Un po’ come un falegname, un artigiano ricco di Esperienza, dedito alla Sapienza, diffidente verso la Scienza. Un falegname che costruisce il suo bel mobile lentamente, senza fretta, con pause, riflessioni, ripensamenti, capace di utilizzare e finalizzare tutto: chiodi, guide, cardini e viti storte per un unico fine. Un bel mobile, che si fregia dell’unicità e dell’imperfezione. L’imperfezione propria dell’opera d’arte.
Perché dico queste cose?
Perché come preside di un Istituto Comprensivo, preside della scuola dell’obbligo, lavoro con questa cifra, con questa visione, con questa tensione. Con me molti insegnanti dei tre ordini di scuola.
 
Nessuno è lasciato solo
Ho tutti gli Allievi nel mio Istituto. Di tutti i tipi. Non vi sono filtri di sorta. Non vi sono distinzioni.
Ho viti d’argento, viti zincate, viti arrugginite e perfino viti storte. Ma che spettacolo quando grazie alle viti storte riusciamo a raddrizzare una classe, riusciamo a educare al bisogno del debole, alla fatica di chi è stato abusato, devastato, scartato. Fare della scolaresca una Comunità scolastica, una Comunità di persone cui la convivenza con compagni difficili e problematici dà forza e fa crescere e maturare. Nessun pistolotto moraleggiante ha la stessa efficacia. Nessuna buona parola in famiglia ha la medesima efficacia. Nella Scuola dove lavoro vi è tensione per le…viti storte (oltre che per quelle dritte). Ci sono, e stanno bene, e noi con loro.
E’ la Scuola del Noi, della Comunità, dell’insieme, scuola inclusiva.
Questo vedo e questo cerco: la bellezza dello stare assieme, la condivisione, la conoscenza, l’ascolto, l’apprendimento. Tutte cose che rendono la vita e le relazioni degne di essere vissute. Con un ritrovato Noi si può pensare di cambiare in profondità la società e se stessi, nel tempo concreto che ci è dato vivere.
Chi educa deve entrare in tensione positiva con i limiti dell’Altro, dell’Allievo, del Discente: come il concavo con il convesso, va a completare ciò che manca, a trasformare ciò che è informe, a purificare ciò che è ferito.
Questa consapevolezza ci mette al riparo da qualsiasi scoraggiamento o fuga in tempi andati, perché queste difficoltà non sono insormontabili.
Sono piuttosto -per così dire- il rovescio della medaglia di quel dono grande e prezioso che è la nostra libertà, con la responsabilità che giustamente l’accompagna.
A differenza di quanto per la tecnologia o l’economia, dove i progressi di oggi possono sommarsi a quelli del passato, nell’ambito della formazione e della crescita morale delle persone non esiste una simile possibilità di accumulazione, perché la libertà dell’uomo è sempre nuova e quindi ciascuna persona e ciascuna generazione deve prendere di nuovo, e in proprio, le sue decisioni.
Anche i più grandi valori del passato non possono semplicemente essere ereditati, vanno fatti nostri e rinnovati attraverso una, spesso sofferta, scelta personale. Persino il valore della Comunità umana che tanto – come dicevo prima - sembra deficitare.
Oggi il pericolo non sta più nel concepire l’educazione come il calco autoritario della tradizione. Oggi bisogna temere l’esaltazione del principio di prestazione, in grado di trasformare ogni esistenza, sin da piccoli, in una gara perpetua, nella quale non v’è posto per l’eresia, per lo scarto, la divergenza, l’eccezione.
Da soli si va più veloci, ma è insieme che si va più lontani.

 
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